"Le sue poesie, così amare e così cariche di ricordi di una terra amatissima e sofferta, mi fanno capire l'anima nascosta della Calabria, la sua antica civiltà e anche il mal vivere che ogni tanto si manifesta".

Mario Rigoni Stern


POESIE

MORTE DI UN CONTADINO

Sudati anni,
sputi nelle mani,
giacche assolate
stanche,
saluti
con cappelli
di polverosa umiltà.
Oggi
rasato dal barbiere
in un bellissimo
abito
nuovo.


CANTO DEI NUOVI EMIGRANTI
(Omaggio a Franco Costabile)

Non chiedeteci altro!
Abbiamo serrato
le lacrime
con grimaldelli
di rabbia,
con niente.
Abbiamo chiuso
con vergogna
tutte le vocali
ampie e sgangherate.
Abbiamo imparato
a ripiegare
in una valigia
la vita,
a riporre
ordinatamente
l’anima
in una scatola.
Abbiamo
titoli di speranza
chiusi nella cartella.
Cantiamo
musiche a memoria.
Bussiamo a tempo
e rispondiamo al ritmo
di qualsiasi pretesa.
Svoltiamo
ad ogni nome
segnato sulla carta;
scendiamo
alle fermate richieste.
Paghiamo il giusto,
prendiamo il resto,
e basta.


A SUD DELLE COSE

In silenzio
torniamo
dove il mare,
in inverno,
ha colori sporchi
di sabbia e di sale,
e onde schiumose,
che opacizzano occhiali,
mosse da un vento d’Africa
saturo di polvere.

Dai finestrini
giungiamo
a Sud,
dove una madre consuma
ad un focolare
la sua gioventù,
ed un bimbo piange
al suono lento
e grave
delle campane.

Dove le preghiere
sono lunghi mormorii
avvolti in scialli neri.

Dove la vita è silenzio,
e la morte, una colpa.

Dove il sorriso
è il peccato di una ruga,
ed il pianto,
gocce di sudore nei campi.

Così
torniamo a Sud,
a sud delle cose,
dove l’amore è muto
e si dà solo ai Santi.


RESISTERE
(A Mario Rigoni Stern)

Per resistere
non sempre
è necessario
essere
pietra nel pugno
scoglio in tempesta
roccia nel vento.
Si può,
forse con più coraggio,
resistere docili
come primula al gelo.


ODE AL PINO LORICATO

C’erano un tempo
valorosi guerrieri di pace
che per voto
si ritirarono sui nostri monti
a guardia delle nuvole.
Poi,
tramutatisi in alberi,
scelsero con coraggio
di morire in piedi
e rimanere così
per sempre tra i vivi
senza la gloria
della vittoria
o dei morti in battaglia.
Abbarbicati
a pareti di roccia
o disseminati
tra i massi erratici
dei pianori,
alla pioggia
diedero in pegno
parte della terra
custodita gelosamente
ai loro piedi.
Al vento
donarono
aghi d’argento
come bottino.
Ai fulmini tiranni
sacrificarono
i rami più belli
e a volte
la stessa cima.
Il tempo ed il gelo
pagarono infine
con la propria corazza
cedendo ogni lorica
come lascito
di antiche monete.
Così,
ancora oggi
nelle notti di stelle
alberi d’avorio
ingannano l’eterno
con la complicità
della luna.

dal libro "A sud delle cose" - Edizioni Lepisma


"Pino loricato del Pollino"


IL PONTILE

( I )

Ne erano praticamente certi:

lo sviluppo,

come la vita,

sarebbe arrivato

dal mare.

Oh! Non dalle barche e dalla pesca,

non da surici o pescespada,

sicuramente non da quelle lanterne

inutili e fioche,

né da quelle umili reti

calate con pazienza

in mezzo al mare!

Quelle erano notti di paura,

di burrasche da osservare dalla spiaggia

attorno ad un fuoco sul quale

ruvidamente

sfregare in silenzio

le mani.

In fondo, la vita marinara

non ci era del tutto mai appartenuta;

si poteva perciò lasciarla andare

alla deriva

da dove era venuta.

L’innovazione,

ne andavano praticamente fieri,

era che il mare

l’avrebbero unito saldamente,

col ferro e col cemento,

per sempre alla terraferma

e alla grande pianura.

Oh! Certamente non per il vino rosso

che tingeva le mani,

né per le arance tonde

e luminose come il sole,

né per il profumo verde dell’olio

(che era bello mordere sul caldo del pane),

né per quanto altro ancora

si potesse caricare

su bastimenti e navi.

Quello era il ricordo

di giornate amare.

Era lo sputo

nelle mani

prima della zappa

e del piccone.

Era il nero delle unghie,

come nero era stato il lutto

e spesso anche il pane.

Ormai ne erano praticamente certi

(mentre altrove si faceva già il contrario):

il futuro stava nelle resine

e nelle petroliere,

nelle condutture e in quei tubi

che numerosi

sarebbero giunti dal mare.

Il futuro, sulla carta, era quella linea

che, accennando al raggio,

per seicentosettanta metri

pretendeva di addentrarsi in quel cerchio di mare.

Si arrovellò per bene il Rovelli,

ci fu tutta la precisione di Milano,

e con ogni sorta di benedizione

volò alto coi numeri il Colombo,

portò nel becco il suo pacchetto in cielo

fino alla pace delle cifre pari.

Ormai ne erano matematicamente certi:

quattrocento ettari di terra

(terra fertile e coltivabile),

e duecentotrenta miliardi di lire

(di vecchissime lire)

cadute, chissà come, nel fondo più profondo

di un fondo dapprima soltanto perduto

e poi da nessuno mai rivendicato, gridato, urlato,

mai da nessuno imputato, giudicato,

ma sempre rimasto inviolato, immacolato,

riservato quasi fosse fatto privato.

Infine

da tutti,

come per incanto,

semplicemente

dimenticato.

(Lamezia Terme, luglio 2007)





Nota 1:

"Solo quando il poeta meridionale si è sollevato dalla condizione di semplice cantore della propria terra ed è penetrato, con i propri temi, in quella sfera che riguarda temi e sentimenti universali, solo allora ha superato i confini di una costretta geografia letteraria. E’ stato il caso di Sinisgalli, di Quasimodo e di pochi altri. E crediamo che sia il caso di Pasqualino Bongiovanni, giovane e già noto poeta lametino che con la sua raccolta “A sud delle cose” compie un percorso nel cuore della sua terra e, in forme e modi simultanei, arriva dentro al cuore di ogni terra e di ogni singolo uomo".



Anna Stella Scerbo, giornalista

Nota 2:

"Il giovane poeta di Lamezia Terme fa in modo che le sue poesie profumino delle tipicità del sud, dei suoi colori e delle sue ricchezze, della fierezza e dei drammi di una terra che trasuda storia. La poesia, parente stretta della preghiera, illumina ciò che è nascosto nell’anima delle cose e ne scorge la filigrana per indicarla a coloro che vogliono conoscere veramente. Belle poesie a cui abbandonarsi per conoscere la Calabria chiudendo gli occhi e aprendo l’anima".

Tonio Dell'Olio, Responsabile Libera Internazionale.

Nota 3:

"Pasqualino Bongiovanni, giovane poeta calabrese, nella raccolta "A sud delle cose" vive la sua poesia e la fa vivere, attraverso la parola, il suono, la perfetta unione tra significante e significato, nella sintesi colta saussurrianamente nel segno, che va a fermare un tempo reale, tattile e quasi verbo-visivo, per efficacia e sintesi di parola scalpellata a bulino, atta a restituire immagini sull’onda del disagio che vivono i personaggi chiave delle sue poesie" (...)"anche quando lo scandaglio affonda inesorabilmente nella vicenda storico-sociale-individuale, il discorso si eleva ad alto livello e si fa paradigma dell’umana avventura di tutti gli uomini del Sud."

Lia Bronzi in Letteratura Italiana - Poesia e narrativa dal Secondo Novecento ad oggi (Bastogi, 2007),