Sudati anni,
sputi nelle mani,
giacche assolate
stanche,
saluti
con cappelli
di polverosa umiltà.
Oggi
rasato dal barbiere
in un bellissimo
abito
nuovo.
CANTO DEI NUOVI EMIGRANTI
(Omaggio a Franco Costabile)
Non chiedeteci altro!
Abbiamo serrato
le lacrime
con grimaldelli
di rabbia,
con niente.
Abbiamo chiuso
con vergogna
tutte le vocali
ampie e sgangherate.
Abbiamo imparato
a ripiegare
in una valigia
la vita,
a riporre
ordinatamente
l’anima
in una scatola.
Abbiamo
titoli di speranza
chiusi nella cartella.
Cantiamo
musiche a memoria.
Bussiamo a tempo
e rispondiamo al ritmo
di qualsiasi pretesa.
Svoltiamo
ad ogni nome
segnato sulla carta;
scendiamo
alle fermate richieste.
Paghiamo il giusto,
prendiamo il resto,
e basta.
A SUD DELLE COSE
In silenzio
torniamo
dove il mare,
in inverno,
ha colori sporchi
di sabbia e di sale,
e onde schiumose,
che opacizzano occhiali,
mosse da un vento d’Africa
saturo di polvere.
Dai finestrini
giungiamo
a Sud,
dove una madre consuma
ad un focolare
la sua gioventù,
ed un bimbo piange
al suono lento
e grave
delle campane.
Dove le preghiere
sono lunghi mormorii
avvolti in scialli neri.
Dove la vita è silenzio,
e la morte, una colpa.
Dove il sorriso
è il peccato di una ruga,
ed il pianto,
gocce di sudore nei campi.
Così
torniamo a Sud,
a sud delle cose,
dove l’amore è muto
e si dà solo ai Santi.
RESISTERE
(A Mario Rigoni Stern)
Per resistere
non sempre
è necessario
essere
pietra nel pugno
scoglio in tempesta
roccia nel vento.
Si può,
forse con più coraggio,
resistere docili
come primula al gelo.
ODE AL PINO LORICATO
C’erano un tempo
valorosi guerrieri di pace
che per voto
si ritirarono sui nostri monti
a guardia delle nuvole.
Poi,
tramutatisi in alberi,
scelsero con coraggio
di morire in piedi
e rimanere così
per sempre tra i vivi
senza la gloria
della vittoria
o dei morti in battaglia.
Abbarbicati
a pareti di roccia
o disseminati
tra i massi erratici
dei pianori,
alla pioggia
diedero in pegno
parte della terra
custodita gelosamente
ai loro piedi.
Al vento
donarono
aghi d’argento
come bottino.
Ai fulmini tiranni
sacrificarono
i rami più belli
e a volte
la stessa cima.
Il tempo ed il gelo
pagarono infine
con la propria corazza
cedendo ogni lorica
come lascito
di antiche monete.
Così,
ancora oggi
nelle notti di stelle
alberi d’avorio
ingannano l’eterno
con la complicità
della luna.
dal libro "A sud delle cose" - Edizioni Lepisma

"Pino loricato del Pollino"
IL PONTILE
( I )
Ne erano praticamente certi:
lo sviluppo,
come la vita,
sarebbe arrivato
dal mare.
Oh! Non dalle barche e dalla pesca,
non da surici o pescespada,
sicuramente non da quelle lanterne
inutili e fioche,
né da quelle umili reti
calate con pazienza
in mezzo al mare!
Quelle erano notti di paura,
di burrasche da osservare dalla spiaggia
attorno ad un fuoco sul quale
ruvidamente
sfregare in silenzio
le mani.
In fondo, la vita marinara
non ci era del tutto mai appartenuta;
si poteva perciò lasciarla andare
alla deriva
da dove era venuta.
L’innovazione,
ne andavano praticamente fieri,
era che il mare
l’avrebbero unito saldamente,
col ferro e col cemento,
per sempre alla terraferma
e alla grande pianura.
Oh! Certamente non per il vino rosso
che tingeva le mani,
né per le arance tonde
e luminose come il sole,
né per il profumo verde dell’olio
(che era bello mordere sul caldo del pane),
né per quanto altro ancora
si potesse caricare
su bastimenti e navi.
Quello era il ricordo
di giornate amare.
Era lo sputo
nelle mani
prima della zappa
e del piccone.
Era il nero delle unghie,
come nero era stato il lutto
e spesso anche il pane.
Ormai ne erano praticamente certi
(mentre altrove si faceva già il contrario):
il futuro stava nelle resine
e nelle petroliere,
nelle condutture e in quei tubi
che numerosi
sarebbero giunti dal mare.
Il futuro, sulla carta, era quella linea
che, accennando al raggio,
per seicentosettanta metri
pretendeva di addentrarsi in quel cerchio di mare.
Si arrovellò per bene il Rovelli,
ci fu tutta la precisione di Milano,
e con ogni sorta di benedizione
volò alto coi numeri il Colombo,
portò nel becco il suo pacchetto in cielo
fino alla pace delle cifre pari.
Ormai ne erano matematicamente certi:
quattrocento ettari di terra
(terra fertile e coltivabile),
e duecentotrenta miliardi di lire
(di vecchissime lire)
cadute, chissà come, nel fondo più profondo
di un fondo dapprima soltanto perduto
e poi da nessuno mai rivendicato, gridato, urlato,
mai da nessuno imputato, giudicato,
ma sempre rimasto inviolato, immacolato,
riservato quasi fosse fatto privato.
Infine
da tutti,
come per incanto,
semplicemente
dimenticato.
(Lamezia Terme, luglio 2007)